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Anche gli operai vanno in televisione


Un operaio oggi in Italia fa notizia solo se muore. Perché la coscienza è un optional, il monitoraggio sui luoghi dell’insicurezza insufficienti, e perdere la vita candendo da un ponteggio, proprio come accadeva cinquanta anni fa, la dice lunga su quella che viene chiamata tragica fatalità. Ripetuta così da anni a cadenza puntuale, e rubricata frettolosamente in qualche trafiletto di nera. I dati ufficiali Inail sulle morti bianche sono un autentico bollettino di guerra: 1082 nel 2002; 1092 nel 2003; 1024 nel 2004; 999 nel 2005; 1047 nel 2006; 1021 nel 2007. Causa degli infortuni, inadeguate misure di prevenzione e tutela nei luoghi di lavoro, mancata applicazione delle norme specifiche relative a controlli e sicurezza. Insieme alla carenza di apparati ispettivi e, non di rado, alla scarsità di denunce contro le irregolarità compiute dalle aziende da parte dei lavoratori stessi, spesso timorosi di esporsi per non essere licenziati. Su questo spinoso tema l’informazione appare latitante. Ieri sera però l’Infedele di Gad Lerner ha offerto un ottimo esempio di televisione al servizio del cittadino, mettendo sul tavolo la questione a partire dalla drammatica tragedia che ha coinvolto gli operai della Thyssenkrupp di Torino (fabbrica considerata d’élite), ennesime vittime del lavoro decedute in seguito all’incidente del 6 dicembre scorso. Foto, volti e ricordi dei familiari degli scomparsi, il grido di disperazione di mamma Rosina per il figlio perduto, Giuseppe de Masi, oggi ossessionata dall’immagine del ragazzo inghiottito dalle fiamme. E unanime cordoglio unito a sbigottimento per l’assurdità dell’accaduto, unito però alla volontà di dar voce, capire, entrare di più dentro ad un tema che, come sale alla ribalta sulla scia dello scandalo, altrettanto velocemente scivola nel silenzio. Rimbalzano ancora una volta i nodi da sciogliere, che sono gli stessi di sempre: standard di sicurezza minimi non adottati, la produttività che ha abbassato il primato della vita umana, lo scarso rispetto per il lavoro manuale e la necessità di un cambiamento di valutazione dell’operaio a livello sociale. Insieme alla necessità che l’Italia venga percepita all’estero come un paese ad alta sicurezza. Mentre viceversa sull’argomento c’è l’assenza totale di sensibilità perché il nostro paese – ha detto l’imprenditore Giuseppe Vita – all’estero non fa più notizia. E mentre l’Unione Europea si è data come obiettivo quello di ridurre in Europa gli infortuni sul lavoro del 25% entro il 2012, continua a crescere il numero di morti immigrati e di quelli che hanno rapporti di lavoro meno stabili, e che non rientrano dunque neppure nelle statistiche. Lo stillicidio quotidiano sull’altare del profitto, della competitività e della precarietà non può evidentemente fermarsi ai dati statistici e al dibattito da talk show. Ma cominciare a dare voce ai lavoratori esposti ai rischi più gravi e disparati (spesso per leggerezze inaudite come estintori non funzionanti) è già qualcosa.



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