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Arene estive, film ripescati

Il velo dipinto

“Non sollevare il velo dipinto che chiamano vita” è il monito esistenziale compattato in un eloquente verso di Shelley. Che John Curran, memore del detto “non c’è due senza tre” traduce nel suo bel lungometraggio tratto dal romanzo di William Somerset Maugham (da Adelphi) che segue la versione del ’34 interpretata dalla Garbo e il rifacimento del ’57 con Eleanor Parker. Siamo negli anni ’20 e un dottore della classe media, il buon Walter Fane, posato batteriologo, convola a errate nozze con una donna altolocata, Kitty. Dall’Inghilterra, i novelli sposi si trasferiscono a Shanghai, dove entrano in contatto con la società coloniale inglese. E con la crisi del loro rapporto: Naomi Watts nella parte di Kitty si rivela recidiva: dopo aver sedotto la Grande Scimmia nel film King Kong, qui cattura con il suo charme il Vice Console Charles Townsend, che di lei diventa l’amante. Il tradimento scoperto chiama vendetta e il dottorino (nel libro in realtà piuttosto mefistofelico mentre ora appare tutto lindo, frusto e frustrato), escogita un piano diabolico: trasformare la moglie fedifraga in una perfetta crocerossina. Dalla collera si passa dunque al colera: Walter conduce con sé la coniuge in missione speciale nel villaggio di Mei-tan-fu, colpito da un epidemia, dove ci sono malati che richiedono assistenza no-stop. Kitty, fra mille difficoltà, sarà così portata a mettersi una mano sulla coscienza e a riscattare la sua fatuità in una atmosfera tutta adventure-mélo. Le altalene del sentimento abbandoneranno allora la biografia umana al corso mutante del destino, e il rapporto di coppia sarà la dimensione giusta dove ripescare una nuova dignità. Da tutta la vicenda il marito tradito non ne uscirà affatto con le ossa rotte, al massimo con qualche vertebra spezzata (l’attore Edward Norton che interpreta il protagonista è difatti caduto da cavallo durante le riprese). Fulgido.

Cambia la tua vita con un click

“Cambia la tua vita con un click” sembra di primo acchito la vendetta perfetta rispetto all’epoca-reality: da sceneggiatura scritta ad hoc da mani altrui, il libro della propria vita – complice un telecomando-bacchetta magica riveduta e corretta all’ordine del secolo in corso – diventa una sorta di manuale digitale con tanto di menu incorporato, utile a saltellare dentro la propria biografia secondo comando. Così, impugnato lo scettro fatato, il protagonista Adam Sandler nei panni dell’architetto Micheal Newman si trova a squadernare a piacimento la sua esistenza, manipolata avidamente tramite pulsanti appositi che interagiscono con la realtà proprio come se si trattasse di uno schermo. L’oscuro oggetto del desiderio ha però un gran senso dell’umorismo: una volta memorizzate le opzioni digitate dal protagonista, il telecomando – questo l’inghippo - tende a riproporle nella quotidianità in modo del tutto automatico. Inevitabili le conseguenze: da strumento di controllo a 360° a boomerang spietato il passo è breve, e Sandler-Newman si vede presto rovesciati addosso pezzi di vita svuotati di senso, piovuti senza controllo dal cielo neanche si trovasse in un Tetris impazzito. Risultato: il liberatorio zapping spazio-temporale si fa zipping interiore, con sentimenti così compressi da mandare in tilt l’intero meccanismo. Le frequenze emotive del protagonista sintonizzate su segmenti di vita ormai fuori portata esauriscono infatti tutto il plot narrativo, mantenendo trama e ritmo perennemente in stand-by, bloccati come sono più che altro nell’enigma degli affetti perduti a colpi di click. A tratti esilarante a tratti soporifero, sarebbe piaciuto al Dickens del “Canto di Natale”. Punitivo.

Little Miss Sunshine

Il mondo si divide in due categorie: vincenti e perdenti. E la differenza è che i vincenti non si arrendono mai. Detto fatto, eccola lì, la gentil famigliola della middle class americana stipata su un improbabile furgoncino Volkswagen color canarino, far tesoro di questa perla di saggezza da asporto: un predicatore di self-motivation sull’orlo della bancarotta, un accanito sniffatore nonché fervente consumatore di riviste hard, un massimo esperto proustiano ed ex-suicida, un seguace di Nietzche e aspirante astronauta affetto da mutismo volontario, una bimba di sette anni seguace invece di concorsi di bellezza. Una madre. Destinazione: Redondo Beach, teatro della kermesse per bambine “Little Miss Sunshine”, da sempre sogno ricorrente della piccola di casa. Dilemmi morali vs desideri, sentimenti e interessi appassionati dei singoli viaggiano su quattro ruote senza freno a mano mentre i grandi temi della vita vengono sbatacchiati a destra e manca senza dar tregua alla riflessione, travolta come è da un divertimento che avanza a singhiozzi. Un road movie che riesce anche ad essere edificante, pur perdendo continuamente pezzi per strada. Traumatico.





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