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Arene estive, ultimi film

Shortbus

Il sesso orale di Gola Profonda o quello dell’Ultimo Tango a Parigi hanno messo un punto fermo sulla atavica diatriba intorno al confine fra erotismo e pornografia. Questo film è senz’altro pornografico: mostrare è bello è infatti il motto del regista che all’immaginazione non intende lasciare neppure un brandello di biancheria intima, mentre si affaccenda a indagare la sessualità americana buttandoci dentro l’arte, la musica e pure la politica. Shortbus, locale underground newyorkese dove il sesso è consentito in tutte le sue varianti è infatti lo spazio dove appaiono superate tutte le categorie sessuali e le identità diventano un work in progress dalla vasta gamma di possibilità. Qui, sette personaggi incrociano vite e, va da sé, gusti, allineando tragicomiche peripezie che – incredibile ma vero – oltre ad essere erotiche sono anche sentimentali, e oltre ad essere strette sono anche emblematiche della vita metropolitana, quella di oggi. Gli attori sono dei non professionisti, e il regista confessa di usare il linguaggio della sessualità come metafora per descrivere altri aspetti dei personaggi. La scuola pare quella di Bertolucci. Ultimo Tanga a New York.

Miami Vice

Non furbo make-up della acclamata serie-tv trasmessa dalla NBC (primo episodio: 1981) ma manifesto estetico ad alta definizione della confusione nell’era tecnologica, Miami Vice è lo spettacolo vertiginoso di una telecamera “undercover” intrappolata in una trama-inchiesta che si dipana da una Miami fascinosa quanto pericolosa. Quella del piccolo schermo di ieri tutta belle donne e auto da sogno e oggi piena zeppa di trafficanti come di ricconi e di poveracci. Il regista Micheal Mann (già produttore della serie tv) non ci pensa proprio a fare ammenda del suo virtuosismo esibito. Anzi, rialza la posta: se la serie cult aveva fatto da apripista agli altri telefilm successivi nello sfruttamento di tecniche prettamente cinematografiche (fotografia, luci, montaggio, musica) la pellicola attualmente sugli schermi sottopone a doping la libertà espressiva e disinnesca la linearità narrativa del genere poliziesco maneggiando uno stile eterogeneo come spiazzante, che ovunque si ramifica. L’intensità formale disorienta, i detective in incognito se la devono vedere con un ritmo che diventa progressivamente più frenetico, il videoclip vince sulla storia, i fotogrammi scorrono forsennati. E il pubblico vizioso rispettosamente va in trance. Lisergico.

La commedia del potere

Pubblico ministero scrupoloso e granitico, inflessibile con gli indagati come con sé stessa, Isabelle Huppert è, ne “l’ebbrezza del potere” firmata Chabrol, Jeanna Charmant Killmann. Un freezer in tailleur, che della giustizia ha fatto il suo fortino personale. L’etica professionale le fornisce quasi un alibi all’eccitazione - pur trattenuta - che le provoca il controllo sugli altri, anche se poi la sua natura katerpillar si misura con un ambiente alto borghese di ingombrante fisionomia. La sua battaglia – sul banco degli imputati, un caso di concussione e appropriazione indebita di un pesce grosso dell’industria nonché l’establishment politico-economico francese – è certo nitido paradigma della giustizia oggi in Europa, che di salute non sembra affatto scoppiare. Ma la critica ad una democrazia inquinata su cui si addensano pesanti nebbie non fiacca la tentazione di emettere una sentenza su questa paladina della legge fin troppo volitiva: nella meccanica e compassata routine di lei che guida le danze dall’altro capo della scrivania, quasi sempre in primo piano, lo spettatore insegue invano piccoli rivoli di umanità, puntualmente infranti in comportamenti legnosi e ripetitivi che ogni emozione portano via. Tutto è asfittico: pubblico e privato, sul filo del rasoio, bloccati in una staticità senza sbocco, e una tragedia sfiorata che non lascia orizzonte. Gelido.

Inland Empire

Un film dove buttarsi a capofitto e, possibilmente, perdersi. David Lynch toglie il fiato da quanto è abile a centrifugare emozioni, positive e negative che siano, e avvinghiare lo spettatore al suo flusso mentale per ben 172 minuti (che, se non di tanto regista si trattasse, richiederebbero i famosi sostegni alle palpebre come in Arancia Meccanica). Il disorientamento sensoriale è effetto voluto e strategia studiata per permettere allo schermo di inghiottire lo sguardo e fagocitare il cuore, tanto che il risultato ha portato non pochi a considerarlo un film che resterà per decenni a futura memoria. I piani temporali e narrativi si incrociano, realtà e rappresentazione slittano, s’inseguono, si sovrappongono, si smarriscono, le identità si sbriciolano e si ricompattano, la visione è violenta. E il “non si capisce” è la flebile ciambella di salvataggio a cui appendere provvisoriamente la propria inquietudine, in attesa che giunga qualche transatlantico a prestare soccorso. Che poi, a film già finito, neppure serve più. Conturbante.

Boog & Elliot: a caccia di amici

Per predisporsi alla visione di questo film con cui la Sony Pictures ha debuttato nel mondo dei lungometraggi d’animazione bisogna togliersi dalla testa le certezze fuoricampo di Werner Herzog sfoderate nel film “Grizzly Man”: “l’universo non è fatto di armonia, ma di caos, ostilità, morte”. Il grizzly del film di animazione di Allers, Culton, Stacchi, girato in 3D e realizzato in circa tre anni è niente affatto feroce, piuttosto, è pigro e viziato da far venire il voltastomaco. L’affabile ranger Beth lo coccola e il nostro tira avanti a suon di otto pasti al giorno. Eppure, la sua vita tutta confort e grattar di pancia verrà rivoltata come un calzino dall’arrivo in città del cervo Elliot, magro quanto dalla lingua pepata, che finirà per sottrarlo alla bambagia per consegnarlo alla selvaggia foresta. La lotta per la sopravvivenza – scenario davvero evergreen – porta con sé il grande tema della solidarietà che si stringe attorno a una pelliccia ma, nonostante la buona intenzione, la coppia di animali protagonisti appare lanciata più a caccia di attenzione che non di amici. Per i bambini si tratta però pur sempre di miele da sbafare senza rischio. Gustoso.

Clerks II

Seconda parte del cult del cinema americano indipendente anni ’90 Clerks: oltre al budget (5 milioni di dollari) ad essere ridotto a questo giro è purtroppo anche il divertimento. Sarà che sotto lo smalto dei colori che hanno sostituito il bianco e nero dei tempi passati s’avverte battere un cuore mainstream, sarà che le gag dispensate a piene mani non sanno stupire come dovrebbero, certo è che il fast-food teatro del film appare ai profani più un baraccone di fiacche volgarità che il mitico eldorado della provocazione divenuto must. Qui, la sottocultura suburbana orfana di futuro infatti s’accende e si spegne a intermittenza in una comicità stiracchiata impreziosita da parolacce che costellano dialoghi tutti risolti nella triade sesso-cinema-cultura pop. Nonostante i tentativi del regista di rianimare i fasti irriverenti dei nerd di ieri, dodici anni non passano invano e lo show vira verso lo sbadiglio intriso di malinconia. Tuttavia, lo scontro fra i fan de “Il Signore degli anelli” e quelli di “Star Wars” è un guizzo generazionale che lascia un segno, quantomeno. Obbligatorio.

Ant Bully-Una vita da formica (The Ant Bully)

Una vera e propria lezione di vita in scala minore. Una bambino disadattato con evidenti problemi di socializzazione pensa bene di sfogare la sua rabbia con chi è più debole di lui, che nella fattispecie è rappresentato da un formicaio formato mignon custodito dal suo giardino. L’istinto sadico esercitato sugli insetti fa il paio con la perfidia infantile ma stavolta ci pensa la magia a riportare l’ago della bilancia al giusto equilibrio: la formica-stregone Zoc mette a punto una pozione capace di rimpicciolire ogni essere vivente e Lucas (questo il nome dell’occhialuto “giustiziere”), una volta miniaturizzato, si ritrova ad affrontare il suo percorso di maturazione direttamente a contatto con le sue vittime privilegiate. La riabilitazione del pupo alla conquista della sua umanità è tutta sviluppata all’interno delle tribù dei formicai dove l’unione fa la forza, quattro occhi vedono meglio di due e cose così, mentre la spinta utopistica del collettivo rispetto all’egoismo del singolo, rimasticata con piglio fermamente didascalico, fa quasi rimpiangere la cicala di Esopo. Sarà perché l’animazione ha eletto da un po’ di tempo in qua il formicaio a suo set privilegiato? Inflazionato.

L’ultima porta

Il dilemma rimane: patacca o filmaccio in grande stile? Il trailer folgorava: sequenze iper veloci debitamente pompate da rumori spacca timpani con fantasmatiche figurine e volti emaciati che di tanto in tanto irrompevano in primo piano frammezzati da scene cliniche, genitori disperati e dal faccione (sublime, s’intende) di Andy Garcia ora trafelato ora stile Teddy Bear, incalzato da un pretenzioso paranormale (oltre “The Others”…..oltre “Il sesto senso”….) e tuffato chissà in quale oscura profondità. Il film annienta: c’è la bambina in coma vegetativo per un incidente, c’è suo fratello che sembra avere la colpa del fattaccio, c’è la neurologa che deve risvegliare la bambina e c’è la chiave del mistero del risveglio che il fratello traumatizzato sembra avere. Ma, soprattutto, c’è la fotografia di Lukas Strebel che enfatizza con dovizia un illogico bazar di snodi narrativi presi e presto lasciati che depistano l’attenzione in maniera fastidiosa, portandoti a desiderare il più ordinario paranormale, che invece non c’è. “The Lazarus Child”, la bambina dagli occhi bianchi, è un brivido dietro la schiena che è appena un refolo d’aria dalla porta socchiusa di un aldilà che sa annoiare. Deludente.

The departed-il bene e il male

“Quei bravi ragazzi” tornano in pista in questa crime story di spionaggio incrociato fra la polizia locale e la malavitosa cricca del boss mafioso Frank Costello. Leo di Caprio (poliziotto-criminale, ovverosia: il bene infiltrato nel male) e Matt Dammon (criminale-poliziotto: ovverosia: il male infiltrato nel bene) vengono presto incaricati di stanare la talpa nemica nel campo avversario. Scatta immediato il gioco del gatto e del topo attivato in zona Tarantino: truculento come si conviene e dominato dalla presenza di un Jack Nicholson versione mezzo Squartatore mezzo Jocker. A Scorsese è permesso tutto: filosofia, ironia, violenza, tragedia elisabettiana condita da bagni di sangue e inattese variazioni sul tema: lui è bravo, e lo sa. Tanto da non tradire lo spettatore pur con un film che del tradimento fa il cuore pulsante, per giunta tendente al cardiopalma. Le due giovani spie (nella versione originale “rats”, cioè topi di fogna) nella sofisticata architettura della trama sembrano infatti più che altro due criceti che zampettano senza fermarsi mai nella ruota impazzita del destino, che a ciascuno dà il suo. Va da sé che il tifo è tutto per Di Caprio, anima raminga fra le brutture del mondo, la cui esistenza va velocemente a picco peggio di quando se ne stava sul Titanic. Ma comunque il film appare antidoto magistrale contro ogni tentazione di manicheismo: quando la fiducia esala il suo ultimo respiro, è arrivata per fortuna anche la fine.

Flags of our fathers

Il film di guerra in America ha sempre intercettato diversi tipi di pubblico in virtù dell’esaltazione di valori evergreen, alias amicizia, solidarietà, complicità etc., allargando la riflessione storico-politica ad una più ampia indagine della coscienza sulla condizione umana di tutti i tempi. I war movie hanno dunque attraversato diverse rivisitazioni e alla capacità di spettacolarizzare i luoghi comuni sulla guerra ha fatto da pendant anche la rappresentazione delle manipolazioni informative ad essa connesse. Il film su Iwo Jima di Clint Eastwood sceglie di pedinare i soldati americani passati alla storia per essere stati immortalati mentre piantavano la bandiera americana sul Monte Suribachi, prontamente adottati come eroi dalla Nazione e costretti in una tournée per il paese allo scopo di galvanizzare gli animi abbacchiati dalla vittoria lontana. La foto del gesto che ai soldati ha consegnato la notorietà, epica e trionfale istantanea della memoria collettiva, perde però valore patriottico per acquistare partecipazione umana: di fronte ai tre protagonisti che più che per la bandiera si battono per proteggere i propri compagni, si affloscia ogni zelo propagandistico e gli interrogativi sulle guerre sbagliate di oggi avanzano. Il nemico fuori campo suggerisce percorsi della psiche dolorosi quanto attuali, riproducendo gli scenari classici del genere ma rintracciandone aspetti di modernità. Amaro.

Il vento che accarezza l’erba

Irlanda, anni ’20. Nonostante il territorio martoriato dal terrorismo riprende oggi a respirare, Loach sale a bordo della macchina del tempo per raccontare la Storia avvicinandola attraverso le vicende di due fratelli, Damien e Teddy, a confronto con una lotta feroce contro l’oppressione britannica, che soffoca ogni rivendicazione di indipendenza. Il trattato con gli inglesi per porre fine al bagno di sangue è soltanto l’inizio di una drammatica guerra civile fra gli stessi compagni di lotta, schierati adesso l’uno contro l’altro, che non trovano concordia alcuna rispetto al risultato conseguito. Racconto realistico quanto difficilmente digeribile, che alterna scene di guerriglia a scene più raccolte, tematizza senza troppo indugiare le questioni della libertà e della ribellione ma anche le dinamiche del potere adombrate nella descrizione ben poco accademica di una paese e della sua perturbata coscienza. Il film, poi, distilla perle di saggezza: contro cosa si combatte è facile sapere, ma più difficile è capire in cosa davvero si crede. Parole sante, che ravvisano una salda moralità, da sempre linea guida della poetica di Loach. Il lirismo del titolo è certo solo l’anticamera di una pellicola ad alto tasso di simbologie eterne. Impeccabile.

La mia super ex-ragazza

La superoina G-Girl che salva l’umanità dai pericoli che la minacciano ha qualcosa di diverso dai supereroi dei fumetti dalla doppia personalità, abitanti in un presente inalterabile garanzia del mito dell’uomo forte e dalla vita immortale: può essere scaricata dal suo amore. E, di conseguenza, gli straordinari poteri di cui la dolce creatura Uma Thurman è dotata sono in grado di proiettare nel regno dell’inverosimiglianza la rabbia per una realtà difficile da ingoiare, specie se l’altro è diventato improvvisamente l’unico compagno possibile sulla terra. Così, alla faccia del doppio celebrato nella maschera dell’identità segreta, la supereroina tradita esce, eccome!, allo scoperto, trasformandosi in una pazza scatenata e, quel che è peggio, volante, capace di scaraventare contro le finestre dell’ignobile ex uno squalo affamato di mobilio. A suo modo, la discesa nei dilemmi reconditi del doppio inaugurato dai supereroi creati da Stan Lee per la Marvel Comics prosegue con questa pellicola di Ivan Reitman (già regista di Ghostbusters – Acchiappafantasmi) che colloca l’isterico cuore infranto della supergirl accanto a Spiderman, Hulk & Co, con cui, se non altro, condivide l’origine fantascientifica della mutazione. Niente estetica da saga, però, beninteso: i gesti sublimi dell’eroina si sostanziano al massimo in amplessi che portano il partner al settimo cielo, letteralmente. Eppure il film, fra commedia, mito e horror casalingo fila via a velocità supersonica sulle vorticose impennate umorali della Thurman, impegnata a distruggere la vita di chi peraltro non gli ha mai neppure giurato fedeltà eterna. Eros e Thanatos, dunque, agitati nelle paturnie irradiate da un magico prefisso, universalmente, e a ragione, demonizzato. Realistico.

Vedi Napoli e poi muori

Il famoso proverbio sulla città partenopea, gaudio dei turisti (Napoli come la città più bella da vedere durante la vita), tiene a battesimo questo docu-film di Enrico Caria, inspirato da Bowling A Colombine di Micheal Moore. Secoli di tradizioni, antichi mestieri, palazzi, centri storici e capolavori scultorei sono la cornice di un urbe ancora lacerata dalla guerra di camorra. Dove la disperazione, fra giovani freddati in pubblica piazza, serpeggia fra le righe della cronaca. E il rischio di perdere la vita anche accidentalmente si esercita in un campo di battaglia straniero a sé stesso. Caria è giornalista ma anche autore satirico (Cuore, il Mattino, le Iene) e Napoli è il paese dove è nato. Da cui nei anni Ottanta è scappato. E in cui ritorna, dopo la “primavera di Bassolino”, per ritrovare un’altra città e però la stessa. Che ancora odora di sangue. La denuncia parte dal titolo, imperativo categorico straziante che richiama implicitamente i numerosi casi di omicidio avvenuti per mano della camorra. Molte le testimonianze raccolte (intellettuali, editori, giornalisti, parroci, rapper di periferia, ex carcerati, pittori, musicisti) a zoomare con naturalezza i diversi umori della Napoli che è insieme gioiello e inferno. La fotografia fa da specchio alla città come è, satura di illegalità, dove i ragazzini di Scampia o di Secondigliano sanno fin da piccoli maneggiare le armi ad occhi chiusi. Napoli con il mare e senza mare. Napoli con i turisti e con i camorristi. La leggerezza (con divertenti animazioni 2d di taglio satirico) è mixata al dramma di un cambiamento da tutti sperato, che stenta a precisarsi. Realizzato insieme a Felice Farina, la pellicola utilizza materiali di diversi formati, dal super 8-mm fino alla tecnologia digitale HD. Civile.

Vero come la finzione

Il paradosso che vive la società contemporanea è quella di essere dominata da una tecnica in grado di differire la morte e, allo stesso tempo, di essere attraversata da una consistenza nella comunicazione e nei rapporti quotidiani che è sempre più sfuggente. Quanto più l’attitudine al controllo è forte, esercitandosi anche nella linea estrema della vita (e la fine viene annullata, cancellata, dimenticata) tanto più aumenta il bisogno di ritualità, codici di comportamento ripetitivi, schemi e routine. Il protagonista di “Vero come la finzione”, Harold Crick, è un uomo di numeri, di calcoli infiniti, e di pochissime parole. La sua esistenza è tutta misurata: precisi i passi che deve compiere per arrivare alla fermata dell’autobus come esatti i colpi di spazzolino che passa fra i denti. Per giunta, fa come lavoro l’esattore delle tasse. Fatto sta che un giorno prende a sentire una misteriosa voce femminile che descrive esattamente tutte le azioni e i movimenti che compie. L’enigma è presto sciolto: Harold è il personaggio di un romanzo e la voce che lo tampina con dovizia di particolari è quello della scrittrice dimenticata Karen Eiffel (Emma Thompson) a tu per tu con il finale del suo libro. Così, quando la sua voce annuncia che il suo personaggio dovrà morire, Harold farà ovviamente il tutto per tutto per scongiurare il triste epilogo che lo riguarda. Dato un presente costellato da eroi fasulli e marginali quanto adepti al culto dell’estremo, il film (originale) ha il coraggio di porre sul tavolo, con divertimento, il tema rimosso del rapporto con l’attraversamento del limite (e dunque con la vita) in un’epoca fin troppo ammalata di falso ottimismo. Se i legami affettivi sembrano bruciarsi alla velocità della luce, l’ombra ingombrante della solitudine guadagna terreno e invita magari a farsi un esame di coscienza. Monito.

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