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Avere vent'anni, il campo rom di Coppola

Un bambino rumeno ripreso in primissimo piano risponde alle domande del giornalista. E’ stanco – dice – ha camminato molto per andare a prendersi un’anguria ma la fatica non ostacola qualche sorriso spontaneo strappato da provocazioni amichevoli. Fatte per conoscere la sua vita, cosa pensa, cosa desidera, come si trova in Italia. Inizia così, in punta di piedi, il viaggio che Massimo Coppola compie in un campo Rom a Chiaravalle, alle porte di Milano, tradotto nell’inchiesta televisiva in quattro puntate “Avere Vent’anni”, in onda domani (seconda puntata) su La7 alle ore 23.30. Un faccia a faccia con un’esistenza ai margini, respinta nelle baracche che sono luoghi dove non si vive per tradizione ma per necessità, e dove l’acqua non si beve perché è “brutta” e fa venire mal di pancia. Ad avvicinare senza pietismo ma con simpatia un ragazzino di appena tredici anni, andato via dalla Romania per cercare migliori condizioni di vita in Italia, si rimane toccati da una delusione quasi pudica che affiora nelle labbra dell’infanzia con grande tenerezza e semplicità: “siamo anche qua felici, ma non molto come dovevamo essere”. Le condizioni difficili e disagevoli date da abitazioni precarie in zone decadenti e abbandonate, per un giovane Rom, non sono le uniche nuvole scure. L’Italia è il paese dove si fanno i soldi ma, ci tiene a precisare il ragazzino, anche quello dove non ti lasciano andare in motorino se sei piccolo né ti fanno entrare nelle discoteche. O magari anche quello dove a scuola ci si può sentire respinti o diversi, e allora si può anche scegliere di non andare. Come è successo a Dennis che, bocciato, si è ritrovato in una classe con tutti bambini più bassi di lui. E questo è bastato a convincerlo che non valeva la pena proseguire. Chi non va a scuola riempie le giornate al campo, in giro in bicicletta. Uno dei ragazzini ha persino la playstation. Gli italiani sono “bravi”, ma non tutti. Ci sono anche quelli, come un vecchio signore incontrato da uno di loro, che gli urlano contro di tornarsene a casa. E allora il ragazzino gli risponde che a casa ci andasse lui, che la morte lo sta cercando e non lo trova (risate generali dei compagni). Dal girato da Coppola sembra emergere quanto l’emarginazione, la difficoltà di integrazione, i pregiudizi, la fatica della sopravvivenza presenti e pressanti nel campo Rom non rubino però del tutto il desiderio di spensieratezza in chi si è appena affacciato nell’adolescenza. Essere promossi e passare alla classe successiva riesce per esempio a suscitare ancora un grido di gioia, il desiderio di urlarlo ai genitori, quello di festeggiare. La pagella, poi, per chi si è impegnato, è cosa da spulciare con piglio certosino, cercando di decifrare voce per voce chi si è stati, cosa si è meritato, quanti si è diventati bravi. Il sogno è magari quello di stare in Romania con una bella motocicletta, una di quelle potenti, però intanto si vive. I “grandi”, loro, di sorrisi ne hanno molti di meno da regalare, anche solo per qualche intervallo. Parlano, e mentre parlano, lavorano. Fra loro, c’è quello che ricorda quando viveva sotto il regime di Ceaucescu, e dice che il lavoro era meno duro, e si aveva certezza nel futuro. Mentre adesso è tutto più faticoso. Un gruppo di rumeni in autobus è stato appena sgomberato dalle abitazioni del Comune. Alla domanda se si sentano cittadini europei, la risposta è una grassa risata, collettiva. Le loro condizioni di esuli, con donne incinta e bambini piccoli, parlano per loro, e il dramma di un futuro che sembra non arrivare mai viene affrontato con una rabbia che sembra aver perso anche il suo colore. La seconda puntata dell’inchiesta, domani sera, va vista, sentita, meditata.




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