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Caos Calmo, la vita da una panchina

Caos Calmo. L’ossimoro del titolo - come accompagnamento la musica dei Radiohead - circoscrive la quiete apparente che è in realtà stato emotivo molto dinamico del protagonista del film di Antonello Grimaldi, da ieri nelle sale con Nanni Moretti nella duplice veste di attore e co-sceneggiatore. Pietro (Moretti) in seguito alla scomparsa improvvisa della moglie, si barrica nella sua Bmw (munita di navigatore satellitare) per ritrovare un direzione e un luogo in cui fermarsi e ordinare emozioni e pensieri. La panchina davanti alla scuola di sua figlia – l’unica persona a cui Pietro vuole dare la sua massima vicinanza, ma anche la presenza più importante da cui non vuole essere abbandonato – diventa il teatro di un singolare sit-in di fronte all’esistenza e al suo senso: aspettare che la bambina si sporga dalla finestra per salutarlo; incrociare lo sguardo di una piacente ragazza che ogni giorno passa di lì portando a spasso il suo San Bernardo; ingaggiare un gioco puerile con un bambino down che attraversa il giardino; ricevere, in uno stato di ozio apparente, inaspettate confessioni di colleghi, amici e parenti che in lui sembrano voler cercare parti di sé stessi nascoste o incerte; tutto il film ruota attorno alla sua staticità contemplativa alla ricerca di quella particolare saggezza che è integrazione dei vari aspetti di sé, indispensabile per uscire dal dolore mentale e trasformare i momenti perduti in ricordo. Un film, insomma, sulla complessità, sul chiudersi di una prospettiva e sulla necessità di arrivare a comprendere i sentimenti dopo l’abbandono attraverso la creazione di uno spazio mentale ad hoc che possa contenerli: sensazione di svuotamento, apparente mancanza di sofferenza, accettazione, autocritica, lenta rielaborazione del vissuto, paure, blocchi, inibizioni e affetti sinceri, ogni fase del lavorio interiore del protagonista viene documentata attraverso - ahinoi - una sceneggiatura fin troppo scarna – a tratti (quando strappa un sorriso) morettina. Esile a tal punto da far perdere le tracce del dolore sordo a cui ambirebbe a dare voce. Una distanza con il mondo, quella di Pietro, necessaria per ritrovare un’identità diversa scevra di rancore come di rabbia, che lascia piuttosto indifferenti per quasi tutti i 112 minuti del film, mortificato questo come è dalla galleria di personaggi improbabili che da Pietro, seduto sulla panchina, vanno in pellegrinaggio per ritrovarsi muniti di fugaci battute adatte allo scopo. E da un ritmo dilatato tanto da sembrare strategico a potenziare l’effetto che fa – ex abrupto - l’arrivo della fantomatica scena di sesso con la Ferrari Isabella, che sancisce il ritorno del protagonista al desiderio, e quindi alla vita. Il romanzo di Sandro Veronesi da cui il film è tratto, vista la grande ambizione di fondo nell’argomento trattato, si sarebbe prestato senz’altro ad un ottimo cortometraggio, più concentrato e intenso.





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