Media in gioco - di Elena Paparelli
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Cinema estivo in arena

Borat

Il riso abbonda sulle bocche degli stolti. Eppure, come ha sentenziato la critica Usa a proposito di questo “mokumentary”, documentario mezzo vero e mezzo falso girato a basso costo, “la stupidità non è mai parsa intelligente, elegante e utile come in Borat”. Che è la delirante quanto più incendiaria semi-odissea del surreale e immaginario reporter della televisione kazaca, al secolo Borat Sagdiyev, in trasferta a New York per realizzare nientemeno che un documentario sulla cultura a stelle e strisce. Se non che la meta si sposta presto in California, dove c’è Pamela Anderson delle cui sinuose curve catodiche si è invaghito il nostro. La pellicola (che ha fatto l’an plein di querele provenienti da ogni dove) assume presto i toni di una esplorazione dell’America puritana e guerrafondaia, infarcita di pregiudizi e grettezza, e, più precisamente, della sua sottocultura pop e kitsch, sbertucciata da un giornalista sboccato e politicamente scorretto che, fingendosi antisemita, misogino e omofono, provoca sovente reazioni imbarazzanti da parte dei suoi bersagli. Funestati con affermazioni senza pudore e oltre ogni morale. Una sorta di candid camera dal fiato grosso inanellata da interviste a persone e politici e esperti di comportamento usate per penetrare - come un segugio con in dotazione baffoni alla Graucho Marx - nei meccanismi della cultura americana, ottenendo spesso la complicità indiretta degli intervistati (molti dei quali ignari della colossale presa per i fondelli a cui si stavano sottoponendo). La domanda sorge spontanea: una risata ci seppellirà?. Di certo, con Borat c’è poco da scherzare: l’umorismo è nero, nerissimo. Come l’oro del Kazakhistan. La regia è del filosofo del pop Larry Charles mentre Borat è nella realtà Sacha Baron Cohen, classe ’71, inglese ed ebreo, famoso per il programma di Channel 4 trasmesso in Usa da Hbo, “Da Ali G Show, dove è comparso per la prima volta il suo personaggio. Sovversivo.

Uno su due

Il titolo traduce con sintetica eleganza la tragica legge del cinquanta per cento: ogni uomo, nel proprio tragitto esistenziale, ha una possibilità su due di farcela di fronte all’avversità che gli si para contro nel cammino. La statistica non perdona. E però crea un diaframma, una sorta di terra di mezzo dove possono albergano molte belle storie. Fra cui quella del rampante avvocato Lorenzo – sul curriculum: ottima casa, fidanzata, invidia degli amici – che si trova a dover affrontare un importante business in Russia in coppia al socio-fratello Paolo. Quando ecco che scatta l’imprevisto, e il diavolo che ci mette lo zampino: una biopsia fa seguito a un malore e gli spalanca di punto in bianco la possibilità di un probabile tumore al cervello. Inizia la degenza e, con essa, l’inevitabile percorso interiore del protagonista che attraversa un tunnel sul filo del dubbio, in bilico come si sente fra vita e morte. Disavventura che però è colta dal nostro come occasione per fare un po’ d’ordine dentro di sé. Il bussolotto del destino mescola i dadi, e fa incontrare Fabio Volo con Ninetto Davoli. L’ intesa è perfetta. Riuscito.

Diario di uno scandalo

Un thriller psicologico di quelli con la maiuscola illumina (e oscura, a piacimento) due grandi interpreti, Judi Dench e Cate Blanchett, qui nel ruolo di due insegnanti con qualche scheletro danzante dentro l’armadio. In un epoca in cui video-choc sull’universo scolastico circolano in rete dando fuoco alle polveri e sollevando dubbi etici, il film di Richard Eyre fornisce un quadretto ben poco rassicurante sulle meteore roventi che possono cadere talvolta fra il corpo docenti. Perché le protagoniste, Barbara Covett e Sheba Hart, sono appunto due insegnanti portatrici di solitudini devastanti che le conducono al massacro reciproco: la prima, insegnante d’arte dallo spirito gentile, ha una relazione passionale con un suo allievo quindicenne che si spinge ben oltre lo scambio di roventi messaggini ad alto tasso di libido; la seconda, collega che sembra avere tutti i clichè della zitella (con gatto incorporato) ricatta la prima, presa da una folle gelosia per lei. L’humor nero va a braccetto con il realismo, e le amiche-nemiche diventano un unico, inquietante dilemma. Lussurioso.

Il mio migliore amico

Chi trova un amico – siamo tutti d’accordo – trova un tesoro. Già. Ma perché la ricerca sia produttiva c’è senz’altro bisogno di qualche dritta su chi sia in realtà il vero amico. C’è un elenco infinito di aforismi e frasi celebri che cercano di tracciare un qualche vago identikit sull’oggetto del desiderio da tutti voluto ma raramente conquistato: l’amico non giudica ma comprende; l’amico è un bisogno esaudito; è un rischio; è colui con cui puoi stare in silenzio; è chi vuole o non vuole come te le stesse cose. E via elencando. Tutto è stato detto sul tema dell’amicizia oppure c’è ancora spazio per delle storie? Leconte pensa di sì e in barba alla inquietante estrema sintesi di motti e affini sull’amicizia mette in piedi un film prevedibile quanto seducente da seguire nella sua apparente banalità che qui poi vuol dire universalità. Il sensibile cineasta da palato raffinato (ma in patria piuttosto regista da botteghino) affronta in questo film il deserto emotivo di chi non ha costruito relazioni significative tanto da perdere persino la percezione del proprio isolamento affettivo. E’ la situazione di Francois, professione antiquario, che, sfidato dalla sua socia a trovare il migliore amico entro dieci giorni, si ritrova alle prese con un grattacapo non da poco: fare i conti con il significato di una vera relazione. La sceneggiatura non trascura nessun passaggio nel pedinare la costruzione di una amicizia che, più che prendere appunti, invita con il giusto apprendistato ad aprire il cuore. Pellicola adeguata al Santo Natale. Sentimentale.

Il diavolo veste Prada

Lo sfarfallio di un racconto di formazione da Millenium Bag (nel senso della borsetta). Stiamo parlando della palingenesi di una adepta del club delle “belle dentro”, passata per fortuito accidente da ciocco di legno tutta principio & moralità a burattino molto fashion nelle imperiose mani della big della moda Miranda Prisley (Meryl Streep). La vicenda è tristemente nota: il mefistofelico cosmo della fatuità glamour spolpa l’anima delle cenerentole di provincia, risucchiandole in una dimensione dove il pugnalare le spalle altrui diventa un diktat e farsi le scarpe, specie se firmate Manolo Blahnik, prassi d’ordinanza. Quando il tuo capo veste Prada sembra impossibile, infatti, non diventarne Preda: la dignità va a farsi benedire ed essere calpestati dai tacchi a spillo del proprio guru d’alta classe appare un godimento sadomaso per cui chiunque ucciderebbe addirittura. Succede così che gli specchi costellano un reame seduttivo dove la favoletta d’antan viene surclassata da un semplice dato di fatto, ormai rodato nell’etica tutta balze e svolazzi della contemporanea sopravvivenza: bellezza e stile = potere. E dunque, seppure la strega bianco-cotonata di turno (Miranda) deve portarsi per forza addosso qualche recondito trauma infantile per comportarsi come si comporta (un’autentica arpia) la catarsi della fanciulla “fashion victim” (Andrea) iniziata al mondo dei balocchi sofisticati (l’alta moda) e rientrata alla base “fortificata” non regge il confronto con lo sfizio dato dal siparietto sul bailamme modaiolo. Dove si muove una Streep a cui il ruolo di infaticabile segnaletica ambulante di status e successo calza davvero a pennello. I suoi bagliori di umanità: appena battiti di ciglia, di rara eleganza luciferina. Divino.

Monster House

Casa, orribile casa. Quando il cruccio dell’affitto lievitato oltremisura tempesta i sonni di chi piccolo non è più, il cinema d’animazione materializza d’incanto, con impietoso tempismo, il vero e proprio incubo dei tempi moderni: una catapecchia divora-persone. Quella, appunto, che è al centro di questo teen horror movie, talmente mostruosa da fare invidia al più ispirato Sam Raimi, splatter-gore e splatter-trash abbondantemente digeriti compresi. Inevitabile la presa per i fondelli di tanta saga horror irretita da stamberghe possedute e simili. Anche se, stereotipi schiaffeggiati a parte, un sontuoso banchetto di carne umana trova il modo di consumarsi lo stesso con serietà: quello apparecchiato dai computer, che grazie alla tecnica innovativa della performance capture utilizzata per l’occasione, macinano a puntino le movenze umane allo scopo di tradurle in convincenti animazioni, sì da restituire, nella pellicola, espressioni e gesti in maniera affatto realistica. La “Monster House” finisce così per essere davvero posseduta: ad animarla dal di dentro è la tecnologia, che sullo schermo trova in questo inno al 3D che dire riuscito appare poco la sua definitiva dimora. Futuristico.

N Io e Napoleone

Napoleone ha ispirato così tanti artisti dall’Ottocento ai giorni nostri che ci mancava Virzì a immolarlo su questo viale del tramonto in salsa livornese per completare la sua eterna commemorazione. Un viale del tramonto certamente anomalo, con protagonista un Imperatore (Daniel Auteuil) che non ha neanche l’ombra dell’immortale Norma Desmond della Swanson, la diva ingabbiata nella tragica nostalgia del cinema muto: l’ex dittatore in odor d’esilio permanente appena un po’ imbolsito infatti, più che rimanersene isolato in un culto del passato glorioso e non più praticabile ha piuttosto l’aria del vacanziero da villaggio turistico e il vago discorso tentato sull’Italia contemporanea rinverdito da un paradigma storico di cotanto riverbero viene affogato dal tono folkloristico di una sceneggiatura che tradisce molto l’originale romanzo da cui ha preso vita, con il preciso intento di battere le rotte già note dell’italica commedia toscanocentrica. Così facendo, butta dentro nella mischia a ruota un po’ di tutto, dalla Bellucci riconsegnata al suo sgraziato dialetto d’origine ad una Sabrina Impacciatore su di giri come non mai fino ad un Massimo Ceccherini che da un’isola all’altra sembra guadagnarci parecchio. Il risultato? Senza ardue sentenze da consegnare ai posteri: funziona, come sempre. Bozzettistico.

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