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Maradona – La Mano de Dios

Il diavolo pare proprio averci voluto mettere lo zampino. Mentre in tutte le sale italiane usciva il film di Marco Risi “Maratona – La Mano de Dios” (titolo riferito al gol di mano segnato all’Inghilterra nell’86), e il regista dichiarava trionfalmente alla stampa che “oggi Diego è tornato in forma, ha perso 35 chili, ma non ha perso la voglia di combattere le ingiustizie”, l’ex ‘O re del calcio partenopeo e mondiale veniva ricoverato d’urgenza per un malore. Motivo probabile della causa, la vita sregolata che il campione argentino avrebbe continuato a condurre in barba alle ragionevoli prescrizioni mediche, conseguenza delle altalenanti condizioni fisiche che lo hanno visto negli ultimi tempi sfiorare momenti anche drammatici. E così, mentre i fan di tutto il mondo seguivano come fossero granelli di rosario i bollettini medici sputati fuori dalle agenzie e dai tiggì, sul grande schermo il riccioluto Marco Leonardi in calzoncini corti e tacchetti s’affrettava a dare giuste sembianze (riuscendoci, peraltro) all’amato idolo dalla personalità che si taglia con un grissino. Ripercorrendone le diverse fasi di vita attraverso una serie di flashback tutti giocati fra la sua vita da bambino e quella da fenomeno adulto. Il risultato non c’è che dire: il romantico guappo argentino - napoletano ha trovato in lui un sosia ideale, e la carriera e la vita privata del Pipe de Oro, il Charlie Parker del pallone – scandita nelle tappe dell’infanzia povera in Argentina, dell’arrivo a Barcellona e dello sbarco a Napoli (e però tagliando fuori il mancato riconoscimento del figlio, i due scudetti con il Napoli, la semifinale ai rigori a Italia ’90) è stata sviluppata con discreta disinvoltura, in onore all’eleganza del fuoriclasse che fu (“anche con uno smoking bianco – ebbe a dire il nostro – non esiterei un attimo a stoppare una palla sporca di fango”). Rispettoso.

Still Life

Dall’Oriente con amore, è il film del talentuoso Jia Zhang-Ke (Leone d’oro a Venezia 2006). Un Oriente attuale che prende corpo attraverso due storie d’amore così minimalista da apparire sussurrate, persino fredde nel loro stile simil documentaristico, ma dove si svela una indubbia capacità di narrare che pare procedere per sottrazione. Più il regista scarnifica l’andamento del racconto, più l’effetto che fa viene potenziato nei suoi toni drammatici, esercitati in uno scenario piuttosto claustrofobico: il villaggio di Fenjie (regione delle Tre Gole) è in demolizione e l’acqua (pompata per la diga voluta dal partito Comunista) lo seppellirà. Un villaggio sommerso e un nuovo quartiere ancora in costruzione sono il teatro in cui si muovono lavoratori inghiottiti dalla foschia, che confonde i contorni delle cose da abbandonare come quelle invece da salvare. Il minatore Han Sanming cerca la ex moglie mentre l’infermiera Shen Hong è sulle tracce del marito. Aleggia sul tema amore & lontananza l’incubo della modernità, la semplicità della sceneggiatura non viene mai scartata, ma amplificata da spunti di evocazione sensoriale. E il piano sequenza finale sugli operai si fa ricordare. Ponderato.

Borat

Il riso abbonda sulle bocche degli stolti. Eppure, come ha sentenziato la critica Usa a proposito di questo “mokumentary”, documentario mezzo vero e mezzo falso girato a basso costo, “la stupidità non è mai parsa intelligente, elegante e utile come in Borat”. Che è la delirante quanto più incendiaria semi-odissea del surreale e immaginario reporter della televisione kazaca, al secolo Borat Sagdiyev, in trasferta a New York per realizzare nientemeno che un documentario sulla cultura a stelle e strisce. Se non che la meta si sposta presto in California, dove c’è Pamela Anderson delle cui sinuose curve catodiche si è invaghito il nostro. La pellicola (che ha fatto l’an plein di querele provenienti da ogni dove) assume presto i toni di una esplorazione dell’America puritana e guerrafondaia, infarcita di pregiudizi e grettezza, e, più precisamente, della sua sottocultura pop e kitsch, sbertucciata da un giornalista sboccato e politicamente scorretto che, fingendosi antisemita, misogino e omofono, provoca sovente reazioni imbarazzanti da parte dei suoi bersagli, funestati con affermazioni senza pudore e oltre ogni morale. Una sorta di candid camera dal fiato grosso inanellata da interviste a persone e politici e esperti di comportamento usate per penetrare come un segugio con in dotazione baffoni alla Graucho Marx nei meccanismi della cultura americana, ottenendo spesso la complicità indiretta degli intervistati, molti dei quali ignari della colossale presa per i fondelli a cui si stavano sottoponendo. La domanda sorge spontanea: una risata ci seppellirà?. Di certo, con Borat c’è poco da scherzare: l’umorismo è nero, nerissimo. Come l’oro del Kazakhistan. La regia è del filosofo del pop Larry Charles mentre Borat è nella realtà Sacha Baron Cohen, classe ’71, inglese ed ebreo, famoso per il programma di Channel 4 trasmesso in Usa da Hbo, “Da Ali G Show, dove è comparso per la prima volta il suo personaggio. Sovversivo.

Uno su due

Il titolo traduce con sintetica eleganza la tragica legge del cinquanta per cento: ogni uomo, nel proprio tragitto esistenziale, ha una possibilità su due di farcela di fronte all’avversità che gli si para contro nel cammino. La statistica non perdona, però crea un diaframma, una sorta di terra di mezzo dove possono albergare molte belle storie. Fra cui quella del rampante avvocato Lorenzo – sul curriculum: ottima casa, fidanzata, invidia degli amici – che si trova a dover affrontare un importante business in Russia in coppia al socio-fratello Paolo. Quando ecco che scatta l’imprevisto, e il diavolo che ci mette lo zampino: una biopsia fa seguito a un malore e gli spalanca di punto in bianco la possibilità di un probabile tumore al cervello. Inizia la degenza e, con essa, l’inevitabile percorso interiore del protagonista che attraversa un tunnel sul filo del dubbio, in bilico come si sente fra vita e morte. Colta però come occasione per fare un po’ d’ordine dentro di sé. Il bussolotto del destino mescola i dadi, e fa incontrare Fabio Volo con Ninetto Davoli. L’intesa è perfetta. Riuscito.

N Io e Napoleone

Napoleone ha ispirato così tanti artisti dall’Ottocento ai giorni nostri che ci mancava Virzì a immolarlo su questo viale del tramonto in salsa livornese per completare la sua eterna commemorazione. Un viale del tramonto certamente anomalo, con protagonista un Imperatore (Daniel Auteuil) che non ha neanche l’ombra dell’immortale Norma Desmond della Swanson, la diva ingabbiata nella tragica nostalgia del cinema muto: l’ex dittatore in odor d’esilio permanente appena un po’ imbolsito infatti, più che rimanersene isolato in un culto del passato glorioso e non più praticabile ha piuttosto l’aria del vacanziero da villaggio turistico e il vago discorso tentato sull’Italia contemporanea rinverdito da un paradigma storico di cotanto riverbero viene affogato dal tono folkloristico di una sceneggiatura che tradisce molto l’originale romanzo da cui ha preso vita, con il preciso intento di battere le rotte già note dell’italica commedia toscanocentrica. Così facendo, butta dentro nella mischia a ruota un po’ di tutto, dalla Bellucci riconsegnata al suo sgraziato dialetto d’origine ad una Sabrina Impacciatore su di giri come non mai fino ad un Massimo Ceccherini che da un’isola all’altra sembra guadagnarci parecchio. Il risultato? Senza ardue sentenze da voler consegnare ai posteri: funziona, come sempre. Bozzettistico.





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