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Cinema sotto le stelle

L’imbroglio-The Hoax

Imbrogliare, nel lessico nautico, significa legare una vela all’albero per impedirle di gonfiarsi al vento. Il sentimento di costrizione e prigionia a cui rimanda il verbo, naturale conseguenza del senso di colpa, è quasi immediato. Se non fosse che l’esercizio della menzogna, talvolta, può anche far veleggiare verso acque lontane. L’imbroglio del protagonista di questo bel film, Clifford Irving, una sorta di Haminguay dei poveri (personaggio davvero esistito), è presto detto: confezionare l’autobiografia esclusiva del miliardario americano Howard Hughs, rigorosamente falsa e costruita ad hoc per spuntare un contratto d’oro alla casa editrice McGraw-Hill. Da scrittore mediocre a ciarlatano d’eccezione, la sua carriera è fulminante: la sua disinvoltura nel mentire si sposa alla perfezione con quella nell’agire per ottenere l’inverosimile obiettivo di sfondare con un Hughs virtuale, senza che quello reale, mai incontrato nella realtà, interferisca in alcun modo per far saltare il piano truffaldino. Un piccolo delirio di onnipotenza di un pennivendolo dio del marketing? Qualcosa di più, perché strada facendo Clifford sbatterà la faccia contro rivelazioni scottanti su legami illeciti fra Nixon e Hughes cossiché il piccolo caso di furfantesca baldanza scrittoria si allargherà alla politica, quella in grado di far cambiare la storia. Il rovescio della verità si sfilaccia così in un campo indefinito pieno di ombre e ambiguità dove l’imbroglio è un serrato ping pong fra la realtà e l’apparenza, la realtà e la sua maschera. Fra Scilla e Cariddi, la regia segue attenta, a distanza e senza prevaricare, la competizione di intelligenza ingaggiata da Irving con il reale Hughes oppure con il suo fantasma, in una brillante interpretazione incrociata di attese e comportamenti sempre più convulsi tutti giocati fra silenzi e sottrazioni, vero e falso, vittime e carnefici, reali e presunti. Chi sfrutta chi? Double-face.

A scanner darkly

L’oscuro scrutare è quello di Fred (Keanu Reeves), agente della narcotici (infiltrato per saperne di più sulla devastante sostanza M) che, complice una speciale “tuta disindividuante” indossata per camuffare la sua identità e grazie all’assunzione di pillole condivise con alcuni drogati in osservazione, finisce per diventare a sua volta un tossico arrivato al capolinea. Un allucinogeno excursus fra i bassifondi della psiche, dunque, che si fa slalom concitato fra i suoi neuroni che cominciano a friggere e a saltare in corso d’opera, fino a portare l’emisfero destro e quello sinistro del suo cervello a trovarsi in bizzarra competizione. Lo sdoppiamento, tema di gran lunga frequentato dal cinema, crea così secondo copione una zona del perturbante dove albergano dubbi etici e ferite collettive, agitati sotto le texture digitali “sopraimpresse” nelle immagini dal vero degli attori (chiamasi tecnica del rotoscoping) che nell’effetto cartoon testé prodotto trovano una astrattezza inquietante e sinistra. La meccanica autodistruttiva che investe suo malgrado il protagonista è dunque l’inesorabile viaggio verso la perdita dei confini di un identità-sandwich stretta fra il bene e il male, la realtà come l’inconscio, la materia e il disegno. La fantascienza e la sociologia. Dick docet. Stupefacente.

La sconosciuta

Deciso a far vorticare un’ignota attrice fra un cast di attori noti, Giuseppe Tornatore pesca in Russia la sua sconosciuta, l’interprete di scuola teatrale Xenia Rappoport protagonista misteriosa di un noir “atipico” d’ambientazione triestina. Poca denuncia sociale e molto thriller psicologico che si avvita su se stesso come percorrendo scale a chiocciola dà forma ad una storia che osa secondo un registro che pare quasi inconsapevole, animato da figure che il regista sa però illuminare e oscurare a piacimento. A cominciare dalla creatura complessa e centrale del film: Irene, una donna ambigua tanto è attraversata da aspetti contraddittori della sua personalità che la fanno una non-protagonista che porta però con sé un segreto che inquieta. Un piano preciso è sotteso al tentativo di Irene, giunta in Italia dall’Ucraina più di dieci anni fa, di inserirsi nella famiglia Adacher. Ma l’intrigo del suo strano comportamento viene “disturbato” da un’altra presenza ben più angosciante, che si porta dietro orrore e violenza. La storia di una donna emigrata il cui passato mostrato un po’ per volta rimpolpa una tensione narrativa sempre in equilibrio precario: una favola nera dei nostri tempi, per ammissione dello stesso autore, adagiata comunque sul sempre melodico Ennio Morricone. Chi è veramente la sconosciuta? Saperla nominare non è senz’altro “una pura formalità”. Magmatico.

A casa nostra

“L’Italia è pure casa nostra”, parole del caparbio capo della Finanza Golino Valeria. Che a casa del furbetto del quartierino, Zingaretti Luca, si è piombata perché giustizia trionfi. L’economia del Belpaese si gioca tutta in quel di Milano, austero tempio di Borsa, Banche e Business, dove non a caso la Comencini Francesca se ne va bel bella a girare una manciata di storie e di vite fatte mescolare nel bussolotto del caso (va da sé ben addomesticato dalla sceneggiatura) per aggiudicarsi con buona dose di moralistico zelo l’ambito patentino dell’artista con in tasca lo “spirit du temps”. Livido, senza dubbio, con il denaro che fa da spauracchio dell’anima e che tutto corrompe, equilibri relazionali e quelli, delicatissimi, fra le battute del film, che a stare in piedi devono faticare non poco (almeno per essere pensate, come sono state, per faccende di ordinaria cronaca). E’ pur vero che lo zombismo della italica specie odierna ha il lusso di essere fotografato dal Bigazzi Luca, e che la pellicola vanta consulenze doc come quella del giornalista massimo esperto di Tangentopoli Barbacetto Gianni. Ma, insomma, la musica di Verdi non basta da sola, alla fine, a rianimare il patriottico orgoglio nostrano in evidente debito di ossigeno. Almeno al cospetto di una nazione sbrigativamente ridotta a formato cortiletto.

L’ultima porta

Il dilemma rimane: patacca o filmaccio in grande stile? Il trailer folgorava: sequenze iper veloci debitamente pompate da rumori spacca timpani con fantasmatiche figurine e volti emaciati che di tanto in tanto irrompevano in primo piano frammezzati da scene cliniche, genitori disperati e dal faccione (sublime, s’intende) di Andy Garcia ora trafelato ora stile Teddy Bear, incalzato da un pretenzioso paranormale (oltre “The Others”…..oltre “Il sesto senso”….) e tuffato chissà in quale oscura profondità. Il film annienta: c’è la bambina in coma vegetativo per un incidente, c’è suo fratello che sembra avere la colpa del fattaccio, c’è la neurologa che deve risvegliare la bambina e c’è la chiave del mistero del risveglio che il fratello traumatizzato sembra avere. Ma, soprattutto, c’è la fotografia di Lukas Strebel che enfatizza con dovizia un illogico bazar di snodi narrativi presi e presto lasciati che depistano l’attenzione in maniera fastidiosa, portandoti a desiderare il più ordinario paranormale, che invece non c’è. “The Lazarus Child”, la bambina dagli occhi bianchi, è un brivido dietro la schiena che è appena un refolo d’aria dalla porta socchiusa di un aldilà che sa annoiare. Deludente.

Azur e Asmar

Raffinata versione animata dei Ringo Boys stile Mille e una Notte. Nella Francia del Medioevo Azur, dalla pelle bianco latte e l’occhione azzurro e Asmar, dalla pelle scura e il ricciolo corvino, vengono allevati in simultanea dalla madre del secondo e che del primo è la bambinaia, spartendosi latte e racconti della buona notte come perfetti gemelli seppur dal diverso cromatismo. Il quadretto multiculturale viene però spezzato dall’arcigno padre di Azur che separa i pargoli e i loro destini: Azur cade nelle grinfie di un precettore-mummia incaricato di svezzarlo nel bel mondo e Asmar e mamma ricevono invece il benservito, ritrovandosi dall’oggi al domani in mezzo alla strada. Passano gli anni, cambiano le stagioni, e i due fratellastri si ritrovano dopo anni in un Maghreb dalle preziosa vegetazione modello Liberty con il più classico degli obiettivi: liberare, ciascuno per proprio conto, la regina dei Djinn, e, manco a dirlo, riportare così facendo la pace sulla terra. Il baraccone di Meliés, moltiplicatore di folletti e fate, incrocia qui la sperimentazione dell’era virtuale tutta applicata ai cartoni animati (è il primo film con tecnologia in 3d dell’autore) ma stavolta nel più tradizionale filone affabulatorio con messaggio ecumenico incorporato: i temi del meticciato e dell’immigrazione nel percorso dell’eroe a tu per tu con diverse prove da affrontare. Alla scoperta del valore della fratellanza universale, su ambientazione grafica da Prince of Persia. Bijoux.





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