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Come ci si sente ad essere attaccati da uno squalo


Le sensazioni negative non sempre trovano adeguate parole che ne facciano percepire la dimensione. Se il settimanale britannico New Scientist ha radunato in una sua edizione un catalogo non troppo allegro su cosa si prova quando si muore, la giornalista Michelle Hamer, nel suo “Come ci si sente ad essere attaccati da uno squalo” (Castelvecchi, 2007), stila un elenco di situazioni limite tratte da accadimenti reali. Che trasforma poi in pezzi al confine fra la narrativa e il taglio giornalistico: come ci si sente ad essere colpiti da un fulmine per due volte, a perdere una gamba, ad essere travolti da una valanga, a contrarre la febbre dengue, ad essere attaccati da un coccodrillo etc. Scenari da panico creati da pericoli esterni che però si affiancano anche a casi di intensa esplorazione interiore: come ci si sente a tentare il suicidio, ad andare in galera, a subire un trapianto d’organi, ad essere uno di tre gemelli identici, a lottare contro il cancro etc. La bizzarra pubblicazione merita attenzione. Abituati a fruire di fatti estremi soprattutto attraverso il canale visivo (Rtv è una della trasmissioni televisive in questo senso più calzante) con immagini che solleticano curiosità mista ad un morboso attaccamento a tutto quanto provoca emozioni molto intense, si fa fatica a pensare di tradurre, con una scrittura scevra da eccessi di pathos e gusto per l’impennata improvvisa, le sensazioni negative che può capitare di provare. Il “fuori dalla norma”, il tragico, l’imprevisto sono naturalmente accoppiate all’effetto sensazionale, alla tensione oltre misura, alla parola che entra in fibrillazione. Immaginando di avere la sventura di attraversare un’esperienza terribile, la mente cerca quasi istintivamente figure iperboliche, vocaboli taglienti, un’aggettivazione rigogliosa che possa tradurne l’eco ingombrante. Il merito più apprezzabile della scrittura della Hamer, che prima di confezionare il libro ha raccolto testimonianze di esperienze realmente vissute, è proprio quello di riuscire ad accostarsi alle sensazioni unanimemente considerate “negative” con un equilibrio narrativo che riesce a disseppellire dal dimenticatoio spesso inconscio ciò che destabilizza portandolo a galla senza enfasi alcuna ma con grande scorrevolezza. Non un manuale di sopravvivenza, il suo, né tanto meno un ricettario su come presentarsi all’appuntamento con il male. Semplicemente una raccolta di percezioni spesso ignote collegate al corpo e al pensiero, comunicate con grande efficacia.


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