Dylan, sei personaggi in cerca di uno spettatore
“I’m Not There”, cioè “Io non sono qui” (titolo del film di Todd Haynes, dal 7 settembre nei cinema) proviene da una canzone di Bob Dylan (mai uscita, almeno in versione ufficiale) e già promette da subito quello che mantiene poi: rappresentare la natura inafferrabile di un grande della musica attraverso diversi personaggi che ne richiamano a vivide pennellate la personalità, senza per questo clonarne l’icona. Perché di Dylan sono state sfornate tesi di laurea a volontà, saggi e volumi ma – specie sulla sua vita privata – rimane pur sempre un alone leggendario che lo rende scivoloso peggio di un’anguilla. E allora, deve aver pensato bene Haynes, meglio reinventarne daccapo una versione cinematografica smembrando il suo genio in più personaggi a lui liberamente ispirati, onde non incappare in sgradite tentazioni didascaliche, come, peggio, in un inno all’anticonformismo tout court con generose iniezioni di colonna sonora, attinta a sì tanto mitico repertorio. Insomma, la missione speciale di Haynes è stata quella di resuscitare con la macchina da presa (abile, abilissima) l’effervescenza anni ’70 (quella della new generation e dei poeti simbolisti francesi), fatta vorticare attorno a Dylan e alle sue canzoni (riadattate) come una girandola fuori controllo tramite alcuni suoi spezzoni di vita, peraltro incarnati da star di tutto rispetto come Cate Blanchett (un alter ego in odore di Coppa Volpi) o Richard Gere (versione Billy the Kid un po’ imbolsito). Una staffetta biografica – potremmo chiamarla così – realizzata da sei protagonisti poco convenzionali (tra cui il ragazzo perennemente in fuga, un idolo folk che finisce per fare l’evangelista, una rockstar androgina) o forse troppo (l’attore belloccio sposato più con la sua valigia che con la sua famiglia). Ciascuno in difficoltà esistenziale. Ciascuno pronto a passare la patata bollente di una sceneggiatura (di una vita?) senza sviluppo al personaggio successivo. L’effetto frustrante di questo incedere a singhiozzi del film contagia senz’altro lo spettatore. Che, se è un romantico impenitente, può magari anche aggrapparsi alle frasi a effetto che fanno qua e là capolino (pronunciate da un Rimbaud-efebo e dai capelli scompigliati), e pascersi l’animo così. Ma, se lo è un po’ meno, dopo venti minuti dall’inizio di questo “viaggio” allucinato, è già con la testa al Chronicles (Volume 1), la prima parte dell’autobiografia di Dylan che il cantante stesso ha dato alle stampe nel 2004, e che lui prontamente consulterà non appena finito tanto strazio narrativo. Frase storica di Dylan: posso accettare il caos, ma non sono sicuro che il caos accetti me. Detto fatto: Haynes e il suo studiato disordine lo accontentano. E ottengono il suo (ambitissimo) plauso. La cosa migliore del film, a conti fatti, rimangono i titoli di coda: un elegante bianco su nero che lascia apprezzare, senza prevaricare, una delle canzoni migliori di Dylan: Like a Rolling Stones (che secondo la prestigiosa rivista musicale Rolling Stone è rubricata fra i 500 pezzi principali di tutti i tempi).
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