Felicità è un hambuger caldo
Metti un pomeriggio da McDonald’s. Il consumatore si trova squadernata una nuova pubblicità aziendale sulla tovaglietta fresca di conio che ricopre i vassoi. Il rettangolo di carta dove piazzare hamburger e patatine fritte reca in alto la scritta “Questo cibo è stato preparato da persone soddisfatte di farlo”. E in basso, a rinforzare il concetto: “McDonald’s è risultato uno dei Best Workplaces 2007, tra le migliori aziende italiane per qualità del lavoro e opportunità di crescita”. Particolarmente azzeccato – bisogna riconoscerlo – è stampare tale affermazione su una tovaglia usa e getta, perché nel regno del fast food i tempi di consumo della pietanza ad alto tasso di colesterolo sono direttamente proporzionali a quelli della catena di montaggio umana funzionale a sfornarla. La velocità – come si sa – coinvolge anche la durata della vita lavorativa di un dipendente McDonald’s, che non a caso vanta il turnover più alto fra le aziende del settore. Quindi, può anche darsi che il sorrisetto da formaggio fuso di uno studente universitario alle prime patatine (poco pagato e con ritmi di lavoro serrati) sia anche sincero. Ma poiché la felicità – come diceva Tacito – rende l’uomo pigro, la soddisfazione per il proprio lavoro – nella struttura piramidale targata Mc – sospettiamo sia piuttosto sul modello mordi e fuggi che non su quello evolutivo.
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