Getafe, stop allo spot "blasfemo" La pubblicità tende spesso all’iperbole, all’amplificazione della realtà, all’esagerazione del dato per sottolineare le virtù prodigiose di un prodotto. Oppure magari per provocare un effetto ironico, per catturare un sorriso attraverso l’esagerazione. Talvolta si cade nel ridicolo. Qualche volta anche nel blasfemo. E’ il caso del video promozionale del Getafe, che con uno spot per la campagna abbonamenti che ha tirato in ballo la religione cattolica ha suscitato un vespaio di polemiche per la sua irriverenza e mancanza di rispetto. Per molta stampa conservatrice spagnola lo spot è offensivo. E non ci ha messo molto a finire al tappeto, sotto il peso delle accuse. Adamo, Mosè, Abramo e un uomo crocifisso con una corona di spine, in un’atmosfera irreale virato seppia, sono gli improbabili testimonial pronti a rassicurare lo spettatore sulla necessaria precedenza che il credo sportivo ha su tutto. Prima delle missioni bibliche – assicurano – “viene la mia squadra”. L’agenzia incaricata sul banco degli imputati si è appellata alla tecnica retorica utilizzata, niente più che un esercizio di esagerazione funzionale a sottolineare il forte legame che unisce il tifoso alla sua squadra. Capace di superare persino ogni altro valore. Le autorità ecclesiastiche hanno chiesto il ritiro delle immagini, e la provocazione si è trasformata in un vero e proprio boomerang. Un caso di scuola, che insegna. Se la pubblicità può fare anche miracoli, sempre meglio lasciare il cattivo gusto in panchina.
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