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L'età barbarica e le invasioni oniriche


Consapevolezza, spontaneità, intimità. Tre parole che sembrano non far parte del vocabolario di Jean Marc, impiegato ministeriale del Quebec (impegnato presso l’Ufficio Reclami) nonché protagonista infelice dell’ultimo film del regista canadese Denys Arcand. Che, tanto per non equivocare sull’orizzonte che traccia, intitola la sua ultima fatica “L'age des ténèbres” . L’oscurità è quella che attraversa la vita di Jean Marc (interpretato da Marc Labrèche, che non a caso è un bravo attore comico), completamente appiattito peggio di una sogliola su una routine e una quotidianità che, pur sentendo non appartenergli perchè lontana dai suoi bisogni, lo domina dalla punta del piede alla testa. Rendendolo, di fatto, uno zombie musone ed obbediente privo di qualsiasi spina dorsale. La consapevolezza esigerebbe da lui che fosse presente e non altrove. Mentre Jean Marc, come unico spazio praticabile di libertà, si è ritagliato, al momento, un mondo immaginario, onirico, appagante e ad alto tasso di piacere (donne, successo professionale, accoglienza, seduzione etc.) che ogni tanto fa capolino permettendogli di attaccare la spina e entrare in contatto con i suoi desideri più profondi. Che invece vengono puntualmente frustrati da elementi di realtà che implacabili irrompono sulla scena a spezzare la catena dei suoi pensieri. La rassegnazione però non è totale, il sogno ad occhi aperti continua ad essere una valvola di sfogo che Jean Marc si concede per prendere temporanee e fugaci vacanze dalla propria impotenza. Così, quanto è schiacciato da una moglie carrierista (che con tutta probabilità si è scelto proprio per ovviare alla sua incapacità di raggiungere l’intimità) tanto vagheggia donne impetuose che gli urlano di essere possedute; quanto si sente mediocre nel suo lavoro, tanto fantastica momenti di gloria da autentica star; quanto è schiacciato nella sua esistenza, tanto proietta in un ideale di sé il suo desiderio di riscatto. Il gioco fra realtà e immaginazione non è però tutto così prevedibile. Capita anche che nella realtà (che enumera, riducendoli, tanto per semplificare, a riuscite macchiette: spietate dirigenti, singles in cerca di soldi, esperti che addestrano al sorriso etc.) la donna fuori dal comune. Quella che, sublimando l’amore, ha trasformato la realtà in un sogno. Quella che, rispetto alla moglie che gioca a fare “l’occupatissima”, ha scelto invece di giocare al “vedetevela fra voi” in cui lei, manco a dirlo, interpreta il ruolo della verginella principessa che ha eletto il suo corpo a tempio d’amore (e che, con una manovra tutta romantica, spinge due cavalieri a battersi fra loro promettendo di darsi al vincitore). Jean Marc si ritroverà dunque in un vero castello a giocare a sua volta al “goffo pasticcione” in armatura conteso fra impennate di orgoglio e fantozziane scenette, moti infantili di colpo riattivati ed esiti maldestri (con finale a sorpresa). Neppure dunque il salto in una dimensione fantastica ricostruita ad hoc (dove si tengono in piedi antichi modelli d’onore e amore cavalleresco) servirà a restituirgli la capacità di godere di sé e della sua vita. Neppure il sogno di donne diverse e seducenti che compongono il suo harem privato, privatissimo, riaccenderanno in lui il desiderio. Almeno quando la moglie decide di andarsene, portando a galla anche tutte le sue responsabilità per il matrimonio non riuscito (la moglie sembra indifferente, ma in realtà è una donna incompresa e piena di risentimento). Cosa fare? La capacità di essere presente nel luogo e nel tempo, liberando la vitalità e la percezione dei sentimenti che si vivono in un particolare momento, sembra essere recuperata in corner nella natura morta di Cezanne del finale. Controcanto ispirato alla folla di automobilisti che – Jean Marc è fra questi – si precipitano al lavoro, la mattina, senza neppure sospettare di poter esserci davvero.


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