Media in gioco - di Elena Paparelli
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Parole, parole, parole

Tutto ha avuto inizio in Spagna, qualche tempo fa. Alcune parole nel dizionario rischiavano l’oblio. E Zapatero corse ai ripari spalleggiando una campagna che aveva come scopo preciso quello di riesumare vocaboli in disuso, destinati altrimenti a perdersi fra inglesismi o americanismi, tecnicismi informatici etc. Stessa idea quella lanciata in Italia da Communicagroup, che, sul tema, ha messo on air (http://salviamoleparole.politicablog.info/) uno spazio deputato proprio a salvare dal dimenticatoio termini poco masticati dalla lingua corrente. Parole come Pertuso, Perusto, Tracciatore e via dicendo sottoposte al vaglio di una comunità deputata a sancirne il valore e a riportarle a giusto lustro, donandogli nuovo smalto con il consenso di tutti. Obbligatorio riportare a questo punto il pensiero di Virginia Woolf a proposito delle parole. E cioè che le parole sono fra le cose più indisciplinate, più libere, più irresponsabili e più riluttanti a lasciarsi insegnare. Sono quelle presenze che vivono nella mente, e ci vivono nei modi più strani, in maniera anarchica per lo più, vagando, innamorandosi e accoppiandosi, dice la Woolf. Parole regali che si accoppiano con parole comuni. Inutile imporre all'impertinenza delle parole delle regole, la loro beata integrazione nel dizionario. Le parole non amano che si discuta della loro purezza oppure anche della loro impurità. Per questo le parole – per la natura anarchica così ben descritta dalla Woolf – hanno bisogno di essere fatte circolare. Aspettando di vederle crescere, partire e magari, grazie all’aiuto di internet, anche ritornare

10 luglio 2007

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