Media in gioco - di Elena Paparelli
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Protagonisti e S-comparse

Due capitoli estremi di reality, fianco a fianco, hanno lasciato alla sceneggiatura invisibile che lo caratterizza una sfida ai tabù sociali della malattia e della morte. Nel Big Brother australiano la sexy modella da curve mozzafiato Emma Cornell perde il padre morto di cancro e la produzione decide di tacere alla concorrente reclusa nella gabbia d’oro il triste lutto che l’ha colpita. Come prescritto da regolamento, che non ammette eccezioni alla rigida legge della separazione fra il mondo di fuori e quello dentro alla Casa-studio televisivo. Dove le relazioni e gli affetti esterni sono banditi e non possono interferire con le storie in progress che lì si consumano. Altro reality, altra corsa. In Olanda Big Donor Show ovverosia Il Grande Donatore getta Endemol, la società produttrice del programma, nel tiro incrociato delle polemiche sull’immoralità della trasmissione. Dove una donna malata terminale di cancro, nel corso del reality, deve scegliere fra tre pretendenti quello a cui destinerà uno dei propri reni. Il cattivo gusto e l’indice puntato contro lo scioccante spettacolo costruito sulle tragedie di biografie in cerca di salvezza si scontra contro una difesa di ferro. L’intento della trasmissione, per chi la sostiene, è in realtà filantropico, perché intende sensibilizzare i telespettatori su un problema scottante come quello della donazione di organi. Nonostante le resistenze, la trasmissione va in onda venerdì 1 giugno in prima serata nella rete olandese Bnn. E si rivela una beffa televisiva. Finta la malata terminale, semplicemente un’attrice che ha recitato una parte. Veri invece i concorrenti. Una messinscena provocatoria riuscita in pieno, certo pungolata dal ricordo della tragica esperienza di Bart de Graaf, il fondatore di Bnn, morto a trentacinque anni dopo che per sette anni è rimasto in attesa di un trapianto. La percentuale di rappresentazione esibita mescola le cornici e confonde scena e retroscena, il piccolo schermo (scherno?) si insinua nei gangli più intimi delle storie di vita che spettacolarizza lasciando uomini e donne ai margini. Si misura con una realtà che brucia, fa parlare fra di loro esistenze dolorose che cercano un riscatto attraverso una forma di racconto consapevole. Lavora senza posa sulla mancanza, sull’assenza. Se nel reality la vita si scrive da sé, il suo contro canto, cioè la morte, cioè la malattia, funzionano come elementi imprescindibili del suo dramma sia che essi vengano estromessi dalla scena, sia che vengono invece portati sulla ribalta. Se vengono estromessi, come nel caso della Cornell, sono comunque parte integrante di una storia collettiva, fatta di disgusto, di seduzione o di entrambe le cose, costruita attorno all’”eroina”. Quella che per raggiungere l’obiettivo della felicità data dal “farcela” e dallo “sfondare” è entrata nella Casa con l’approvazione e il sostegno del padre gravemente colpito dal cancro, ben sapendo che il prezzo da pagare per il successo poteva essere un addio definitivo al proprio caro. Se vengono portati sulla ribalta, come nel caso dei tre malati del Grande Donatore, la fiction libera le ferite dell’attesa e cerca la strada per rendere comunicabile un sentimento di emarginazione che grava sul vissuto di chi nella realtà non trova risposta al proprio bisogno di cura. Nessun happy end, va da sé, è garantito dal reality, che aderisce alla vita, alla sua ferocia, rendendo l’altro disponibile al riconoscimento di quel qualcosa di simile che è in noi, spettatore e attore protagonisti e osservatori allo stesso tempo gli uni degli altri, guardati e sentiti, e non potrebbe che essere così, con un occhio anche impietoso.

10 luglio 2007

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