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Quel che resta della tv

Mentre Rai e Mediaset si preparano con l’estate a mettere mano ai rispettivi archivi, riciclando programmi e film secondo copione, la tv nostrana chiude in bellezza la stagione con Fabrizio Corona divenuta star del piccolo schermo, che rilascia esternazioni dall’odore di candeggina ai microfoni di ogni rete; con soubrette luccicanti come catarifrangenti divenute protagoniste di una inattesa soap chiamata Vallettopoli; con un servizio pubblico che, in barba allo sfascio economico, punta in alto e, sfidando la plebe incarognita che osa sventolare l’infausto baluardo dei Dico, sfodera il meglio che può con La Sposa Perfetta. L’epoca reality d’altra parte è ormai a pezzi e i suoi frammenti caduti come meteore dalle parti della Gialappa’s Band si fanno incandescenti. Tempo di vacche magre, per lo show della e sulla vita. Quelle che l’utente che diligente paga il canone si è visto scorrazzare in Wild West – simbolo del vertice di gloria a cui sia mai giunta la tivù delle vite da format - e c’è chi si domanda ancora come può essere mai che la sua formula abbia fatto flop. L’Isola dei famosi, però, resiste, degna erede del successo del primo Grande Fratello. Quello che, inchiodando i concorrenti alla batteria di divani Ikea, pretendeva da loro almeno dei timidi barlumi di credibilità, sfumati poi per sempre nella macchina dei cloni partorita dalla Casa. Altri tempi, quelli. Il reality ha cominciato a sventagliare un repertorio di rappresentazioni multicolore che ha pescato un po’ ovunque, dai banchi di scuola come dai circhi di felliniana memoria, non frullando più al suo interno tutta la tv che c’è ma assemblando a fatica le scorie che ne sono rimaste. Così, un’era catodica si è chiusa e un’altra se ne apre. Mentre Sky va avanti solitaria e Mediaset fa il colpaccio, comprando Endemol e Medusa Film e mettendo dunque le mani su format come su contenuti, ci si chiede quale possa essere la ciambella di salvataggio del servizio pubblico. Per alcuni la risposta sarebbe la serialità di lungo corso. Che vuol dire poi doversela vedere con tipacci d’oltreoceano come il novello Sherlock Holmes delle corsie ospedaliere – il dottor House – capace di far scolorire Un medico in famiglia con una sola delle sue battutacce al vetriolo, che è solito dispensare nei momenti più drammatici come fossero aspirine. Ma oltre l’orizzonte della Fiction? Difficile dirlo. Perché persino il nostrano Pierino la Peste, infaticabile talent – scout a caccia di personaggi setacciati andando a rovistare nei bassifondi televisivi, non sembra essere più tanto all’altezza dell’attuale bottega degli orrori catodici. Le Iene si salvano con vista acuta e legittima ferocia, dopo aver radunato anche quest’anno un bestiario variegato e succulento pescato da attualità politica, cronaca e varia mondanità, forti di una formula ormai collaudata: un registro che alterna ad incursioni goliardiche oppure stranianti (imbarazzanti, talvolta), inchieste giornalistiche ad alto tasso di scomodità che fanno le pulci laddove bisogna, mixando bacchettate e sorrisi corrosivi a volontà. Come anche il mai troppo osannato Report, programma di approfondimento condotto da Milena Gabanelli. A fine stagione conquista una segnalazione di merito il nuovo Magazine settimanale di La7, “Cognome & Nome” collocato nel prime time e scivolato via con leggerezza, che ha traghettato il Tg verso gli ameni lidi del telefilm americano. Un esercizio di rigore giornalistico che ha spaziato dalla cronaca allo spettacolo fino allo sport, consegnando allo spettatore per lo più delle interviste in pillola, specchio di storie ed argomenti ben orchestrati. Menzione anche al Milonga Station di Carlo Lucarelli che ha acceso l’a-bajour di casa Rai su racconti, autori e protagonisti, destinato a chi, oltre a guardare la televisione, i libri li ama. E magari pure li legge.




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