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Speciale Tg1, un ricordo di Enzo Biagi


Enzo Biagi è stato ricordato nello Speciale Tg1 di ieri sera condotto da Gianni Riotta con ospiti in studio Vincenzo Mollica, Ferruccio de Bortoli e in collegamento Franco Contorbia dell’Università di Genova. Il ritratto del grande giornalista nato a Pianaccio e di umili origini è stato ripercorso attraverso filmati di alcune sue celebri interviste fatte da lui (Tommaso Buscetta, Marcello Mastroianni, Sofia Loren etc.) o da lui stesso rilasciate, insieme alla testimonianza di colleghi e amici che lo hanno conosciuto più da vicino. A cominciare da Roberto Benigni (lui che nel 2001, al microfono di Biagi, aveva commentato a modo suo, in piena campagna elettorale, il conflitto d’interessi e il contratto con gli italiani di Berlusconi, scatenando roventi polemiche) che, in un’intervista concessa a Mollica in esclusiva al Tg1 ha dedicato all’amico giornalista ancora una volta il suo istrionismo giocoso, perché il miglior modo per esprimergli gratitudine – ha detto il comico toscano - è salutarlo con il sorriso. Di sé, in un’intervista televisiva di qualche anno fa, Biagi raccontava di essere molto permaloso (come è proprio di chi si diverte a prendere in giro le persone) e timido, figlio di una madre non colta ma dalla forte personalità (“credo che talvolta mia madre parlasse con Dio sullo stesso piano”….) e di aver agito, pur negli errori, sempre in buona fede. Rimarcando, con tono dimesso ma fermo, il valore dell’umiltà e del sentirsi parte della gente, aldilà di ogni velleità di affermazione individualistica. Eppure, Biagi è stato un uomo mite sì, ma molto battagliero (“amava sentirsi una sentinella della democrazia”, ricorda Mollica), cosa che era evidente anche nel suo sentirsi sempre giovane (Montanelli, intervistato, dichiarò che il più grande regalo che Biagi potesse fargli era donargli il suo spirito di eterno ragazzo). Malinconico (ha esordito sull’Avvenire d’Italia con un articolo sul poeta Marino Moretti, se questi fosse o meno crepuscolare) ma mai affogato nei rimpianti, quanto semmai attaccato ai ricordi. Non supponente. L’intervista è stata professionalmente il suo cavallo di battaglia (attento a far emergere il lato soprattutto umano degli intervistati) e si è distinto rispetto agli altri importanti giornalisti della sua generazione come Bocca o Montanelli (come sottolineato da Paolo Mieli) per essere stato grande in più mezzi (tv, carta stampata, libri). Innovatore nel linguaggio televisivo che modernizzò in anticipo sui tempi, ideò nel 1995 la trasmissione Il Fatto (di cui era autore e conduttore) che nel 2004 fu nominato da una giuria di giornalisti come il miglior programma giornalistico realizzato nei cinquant’anni della Rai. Biagi seppe inventare uno stile diventato classico che amava riproporre in tutti i suoi pezzi (più per lealtà al lettore che per pigrizia) tradotto in una scrittura che negli ultimi tempi si era fatta sempre più scarnificata. Ironica sempre, e con un fondo sentimentale attraversato però da una grandissima lucidità intellettuale. Amava la definizione di giornalista del servizio pubblico e soffrì l’allontanamento forzato dalla televisione in seguito all’editto bulgaro di Berlusconi. Appassionato di aforismi, verrà ricordato nel tempo anche per le sue riflessioni economiche e fulminanti (“credo che la libertà – ha detto – sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà”). Si identificava a tal punto con la sua professione che una volta disse che la cosa migliore che potesse fare per riconoscere una persona fosse quella di dargli un lavoro. La sua personalità pacata celava una capacità di penetrazione nelle situazioni non comune. “Ho sempre sognato di fare il giornalista – ha detto Biagi – e lo scrissi un tema delle medie: lo immaginavo come un “vendicatore” capace di riparare torti e ingiustizie (…) ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo”. Per le sue diverse caratteristiche umane e professionali Enzo Biagi – la pensa così Franco Contorbia – non ha lasciato eredi. Ultimo, garbato guardiano di una pagina di giornalismo che ormai è chiusa.


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