Tim Burton, Leone d'oro alla carriera Tim Burton riceverà il Leone d’oro alla carriera mercoledì prossimo a Venezia. Il suo cinema è riconosciuto da tutti per essere un ponte volitivo verso un fantastico dalle tinte dark (lo scheletro filiforme è senza dubbio il suo marchio di fabbrica). Popolato da tanti mostri-puppet characters che animano uno spettacolo da fiaba ma anche tattile (il richiamo alla concretezza è sempre presente), con personaggi malinconici certo, ma mai depressi. Il repertorio iconografico burtoniano è invero vario (uomini-pinguino, uomini-pipistrello, donne-gatto, alieni folli, dracula sulla via del tramonto etc.) e ha rimpolpato – pellicola dopo pellicola, anno dopo anno – la sua ispirazione pop. Il make-up e la maschera nei suoi film la fanno senza dubbio da padroni, l’abito è l’identità, la performance estemporanea (Joker insegna) è tutto quello che conta. Un orizzonte gotico (Gotham è fatta solo di grattacieli) dove la stravaganza imperversa a suon di salti e capriole e performance niente affatto ordinarie: Edward Mani di Forbice, novello cyberpunk, con la sua protesi sostitutiva delle mani, tanto per dire, scolpisce persino blocchi di ghiaccio. Un cinema, insomma – è stato detto – da parata carnevalesca: una girandola di mostri che arruola una schiera di corpi incapaci di contatti, patetici forse, senz’altro frammentati e scissi (la schizofrenia di Batman, quella di Catwoman etc.). L’esibizionismo fantasioso di Nightmare before Christmas come quello della Sposa Cadavere ha costruito una sorta di poetica della mostruosità con atmosfere da Frankestein addolcito: il meraviglioso si addensa nel cupo ma simpatico. L’accento spiccatamente disneyano fa capolino per essere più volte rovesciato in un clima in cui il romanticismo è imperante, comunque e dovunque. Si parla molto di lutti, nei film di Burton, fantastici o reali (Big Fish, il suo film più intimo), di illusioni defunte (in Ed Wood, Bela Lugosi, storico interprete di Dracula, emarginato dallo star system, sostituisce l’eroina alla passione) di esplorazioni spirituali e fisiche (come non scambiare Burton per Beetlejuice alle prese con il suo plastico?). La leva è ovviamente sempre quella dell’immaginazione colorata di anarchia, che reclama riscatto, e le scenografie/set sono disordinate ad arte per far sì che ogni cosa collabori alla messa in scena di uno spettacolo del ridicolo che tutto contagia. Una pausa dal suo cinema deviante Burton se lo è concessa solo con il remake del film di fantascienza di Franlin J. Schaffner basato sul romanzo di Pierre Boulle. Lì, mettendo in cantina le celle criogeniche e la società scimmiesca del 1968 – e sfidando quattro sequel e una serie tv gemmata dall’originale – Burton ha virato ancora verso il dark ma munito soltanto di una navicella esplorativa monoposto. Lo straordinario lavoro di make-up per trasformare gli attori in primati ha reso affatto realistica la ricostruzione del girato, seppure zeppo di stereotipi fantascientifici mai troppo approfonditi, ma non è davvero questo il Burton migliore. Quello cioè che volutamente abbandona una struttura narrativa forte per impantanarsi gioiosamente nel disordine e nella contraddittorietà come linea guida del narrato (anche se ritmo, ambientazioni, costumi e scenografia riescono quasi a fare dimenticare l’estasi malinconica dei suoi muppets per azzardare una satira sociale sulla scimmiesca società rappresentata in odor di tirannia). La sua libertà creativa è stata più volte messa sotto il microscopio: da martedì 4 settembre sarà in libreria “Tim Burton” di Antoine de Baecque (Lindau, Torino, pagg. 208). Ennesimo saggio critico sul suo cinema strampalato e rigorosamente “cadaverico”.
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