Zabratta Studio, i quadri Stresssss. E' il titolo di un quadro molto significativo targato Zabratta Studio: in uno scenario dominato da un rosso fuoco, due aerei tagliano il cielo, sorvolando la sagoma di un'immaginaria metropoli. A dominare la scena, dal sapore apocalittico, l'icona di un individuo dal corpo rinsecchito, dagli occhi senza pupilla e dai denti digrignati, sospeso in aria, con le braccia filiformi ruotate all'interno a formare manici d'anfora, istallato su un vero e proprio piedistallo-bomba.
C'è una prepotenza cromatica – in questo riuscito quadro che parla di un malessere profondo - che contrasta in maniera suggestiva con l'immagine di impotenza del soggetto rappresentato: il rosso-sangue, come l'effetto tonico prodotto dall'adrenalina sul cuore, attraversa la superficie in maniera uniforme, aggressiva, mentre le braccia del soggetto, che sembrano quasi arrotolarsi, denunciano l'impossibilità di rispondere in maniera vitale a un forte stimolo emotivo, che rimane inascoltato.
La sensazione che arriva è quella di un blocco interiore, dove alla carica distruttiva che richiama l'imminente esplosione si contrappone il simulacro di una mancata identità: l'autodifesa fisiologica contro lo stress si fa paura congelata, panico, e si rimane sospesi a guardare, affacciati - senza vedere - su una catastrofe che non sarà.
E' un percorso di riflessione molto interessante fatto soprattutto attraverso i corpi, quello che propone Zabratta Studio, fra espressionismo, pop, arte fantastica e fumetto.
Come in “1spaccato”, o in “Pieno”, dove il corpo diviso in due rende evidente un autentico labirinto anatomico che prende forma grazie ad una fitta rete di segni: una realtà fantasmatica intricata quanto intrigante, dove le fantasie inconsce dentro il corpo si fanno inquietanti e la vita immaginativa del fisico affatto seducente.
Un vocabolario nutrito di dettagli che gioca ogni volta a cercare e a tradire l'immaginazione infantile sull'interno, mentre l'ansia del vuoto diventa quasi una ricerca bulimica del particolare ideato.
L'individuo sembra aver perso contatto con la sua fisicità e i personaggi raffigurati – con curiosa ostinazione – appaiono spesso monchi: amputati, forse a colpi di forbici, nella festa di skateboard, donnine e maschere grottesche di “Parade”, o nell'ispirazione più fumettistica di “sinistrosinistro” o “Skiz”: gesti sottratti ai corpi, corpi schiacciati in una bidimensionalità che qui sposa una sensibilità tutta pop.
Si oscilla fra l'ispirazione più rapida ed esuberante e quella più propriamente pittorica ed espressionista (“Enzos”, “Museo”, “Involucro”, “bum”, “lapdancer”, “ade”): fra ironia, forme che si fanno e si disfano, sagome e linee compresse che si incastrano fra loro con divertente perizia (è il caso di “Mokadeath”, dove la foresta fittissima di segni invade lo sguardo che cerca un appiglio) c'è spazio per il corpo che soffre.
“Cervicale” (acquarello su carta) nasconde il volto umano in una maschera deformata, che appare persino tribale - occhi ciechi e braccia scariche - mentre è ancora il rosso vivo del colore di sfondo che s'incarica di connotare emotivamente il dolore acuto e violento della malattia. Un dado (lo stesso dado che fa capolino in “1spaccato”) è a terra, scherzo tirato dal caso che sembra divertirsi a provocare fitte lancinanti quanto inattese.
Dolore e anche morte, risolta ancora una volta in chiave pop: un teschio campeggia su uno sfondo sfacciatamente rosa (“teschio”, appunto), altri teschi ammonticchiati di guerrieri armati di spade vengono dominati dal simbolo iconico della morte, tradotta in una figuretta da videogioco (“mala”) mentre il teschio trova il modo di diventare anche una singolare reinvenzione di un graffito primitivo (“tesculo”).
Nella scarnificazione e semplificazione del corpo, ecco la prossimità spiazzante di un close-up: “Alfio” è la geometria di un volto scaldato da un arancio vivo – gli occhi fermi senza pupilla, eppure orgogliosi – proiettati su un altrove minaccioso o chissà dove.
Decisamente giocosi i “magneti”, fra tribalismo totemico e mostruosità varie, che immaginiamo con il sorriso come maschere moderne formato mignon dallo scopo apotropaico (quale è oggi l'animale da ammansire dopo la caccia?).
E ludico è tutto il filone religioso di Zabratta Studio, dove, con ironia, si azzarda una sintesi fra antico e moderno, in un gioco aperto operato sui simboli iconici radicati: “credi”, imperativo categorico imprescindibile dal fascino sempiterno, mixa a piacimento l'iconografia religiosa con oggetti di consumo disseminati in superficie (pizza, panino, bowling, carta igienica etc.), fra ansie consumistiche ed eclissi del sacro, mentre in “PimpMyMary” la statuetta di una madonnina viene zombizzata e addirittura marchiata con il logo Zabratta.
“Madonna”, “virrrgo”, “credendovides”, “sanprete”: il corpo glorioso dei beati è attraversato da uno sguardo sospeso fra inquietudine espressionista e sogghigno.
Che ci regala una lettura dell'attuale stato delle cose puntuale, disorientato - come appare - fra un'aggressività che resta sullo sfondo e una ragionata confusione.
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